TRANSUMANZA

QUESTO BLOG E' IN VIA DI SUPERAMENTO. NE STIAMO TRASFERENDO I POST MIGLIORI SUL SITO DI VIVEREALTRIMENTI, DOVE SEGUIRANNO GLI AGGIORNAMENTI E DOVE TROVATE ANCHE IL CATALOGO DELLA NOSTRA EDITRICE. BUONA NAVIGAZIONE!

giovedì 27 gennaio 2011

Ecovillaggio/Cohousing Subbiano (Arezzo).

Dopo molti post dedicati all'India, Vivere altrimenti torna ad occuparsi di esperienze comunitarie, presentandone una nuova, "in progress" che sembra davvero promettente. Cito da http://ecovillaggiosubbiano.blogspot.com/

Il progetto: la capacità di immaginare il futuro

Nella primavera del 2010, un piccolo nucleo di famiglie e cittadini emiliani e toscani ha dato il via ad un percorso di progettazione partecipata per la realizzazione di un ecovillaggio ispirato ai principi della permacultura, agricoltura naturale, cohousing e decrescita felice. Al gruppo si sono presto uniti anche nuclei provenienti da L'Aquila, Roma e Napoli. Lo scopo è quello di creare una collettività socio-economica-solidale autosufficiente dal punto di vista energetico, idrico ed alimentare. Per rispondere con azioni concrete alla crisi economica, culturale ed ambientale che caratterizza i nostri tempi. Una straordinaria esperienza di condivisione per restituire agli individui la capacità di immaginare il futuro. Ricavare più tempo libero per sé e per gli altri. Restituire la forza del sogno per non essere più schiavi di un sistema sociale che a poco a poco ci sottrae il bene più prezioso che abbiamo: la VITA!
Nello stesso periodo, è stata individuata una proprietà ideale allo scopo, una vallata protetta di 34 ettari nel comune di Subbiano, in provincia di Arezzo. Sul sito insistono tre casali da ristrutturare per un totale di 1200 mq. calpestabili ed un'area edificabile per la costruzione di nuovi interventi in bioedilizia per un totale di 3600 mq. calpestabili. Nell'ecovillaggio potrebbero trovare quindi posto fino a 30/40 nuclei famigliari. Al momento il primo gruppo di insediamento è composto da 7 nuclei e procederà, inizialmente, compatibilmente con i costi, ad una prima fase che prevede l'acquisto e il recupero dei casali dove potrebbero trovare posto fino a 10/12 nuclei.
Chiunque fosse interessato può contattarci all'indirizzo mail progettosubbiano@gmail.com, richiedendo, tra l'altro, di prendere visione del Manifesto degli intenti elaborato dal primo gruppo di insediamento.

martedì 25 gennaio 2011

L’India e l’incontro con l’Occidente. Vicende storiche, culti, racconti di viaggio, parte VI.


Riprendiamo il bandolo della tesi di laurea di Eleonora Luisi, per avere un quadro di base della dimensione storica, filosofica e sociale dell'India.
Per la sezione precedente (da cui accedere anche alle altre), cliccare qui.


1.18 Le tensioni tra le comunità

L’inasprirsi delle tensioni tra le comunità in India ha raggiunto il suo culmine nel 1992, quando i fondamentalisti hindù hanno distrutto una moschea ad Ayodhya, perché ritengono che quel luogo in passato fosse la sede del tempio di Rama e chiedono che in quella città si debba ritornare alle origini dell’Induismo.
Nelle elezioni del 1991 il Bharatiya Janata Party (BJP) è diventato il maggiore partito di opposizione, ed è promotore del ritorno ai valori più autentici della dottrina induista e ha istigato i promotori dell’attentato alla moschea. Scoppiano numerose rivolte soprattutto nel Nord dell’India, dove vengono esplose numerose bombe.
Nel 1996 il BJP vince le elezioni, ma governa poco perché le forze laiche si impegnano perché non si crei un governo duraturo. Il BJP riesce a vincere anche le elezioni del 1998 e del 1999 e è il primo partito di ispirazione religiosa che guida il paese.
Nonostante la moderazione del primo ministro Atal Mehari Vajpayee, all’interno del partito vi sono molti sostenitori del BJP che assumono degli atteggiamenti aggressivi.
In quel periodo le relazioni con il Pakistan restano molto tese. Nel Gujarat all’inizio del 2002 vengono bruciati vivi in un treno attivisti hindù mentre rientrano a casa.
Inizialmente il governo del Gujarat ritiene colpevole del fatto un gruppo musulmano.
In seguito si registrano diversi disordini che causano la morte per la maggioranza di musulmani.
Nel 2004 è tornato al potere il Partito del Congresso guidato da Sonia Gandhi, di nazionalità italiana e vedova di Rajiv Gandhi.


1.19 L’India e il conflitto in Sri Lanka

L’India è stata coinvolta nelle tensioni etnico religiose dello Sri Lanka, che ha ottenuto l’indipendenza nel 1948 ed è diviso da una parte da una maggioranza cingalese di religione buddhista e da una minoranza tamil induista, che è stata appoggiata dalla colonizzazione inglese, ma in seguito ha subito dei danni a causa della politica del governo.
Nel nord- ovest della regione i tamil si battono per la costituzione di uno stato autonomo.
L’intervento nel 1987 dell’India con lo scopo di sedare l’odio esistente tra le due etnie si è dimostrato a favore della minoranza tamil.
Per capire le ragioni di questo conflitto bisogna ricostruire un quadro generale della storia del paese.
Dopo l’indipendenza dagli inglesi lo Sri Lanka è travolto da una violenta guerra civile che oppone i cingalesi di fede buddhista ai tamil di credo hindù. La causa principale dell’origine del conflitto è la richiesta di autonomia da parte della minoranza tamil .
Un fattore che divide i due gruppi etnici esistenti è il fatto che nel 1956 la lingua cingalese viene proclamata lingua di Stato. Dopo l’opposizione delle classi dirigenti alle richieste di autonomia dei tamil, questi ultimi danno vita a un movimento di resistenza politica con l’obiettivo della secessione e della nascita di uno stato autonomo. I cingalesi per tentare di sedare la ribellione dei tamil si sono affidati all’autorità spirituale dei monaci buddhisti.
Fin dagli inizi del conflitto i cingalesi cercano di sottolineare che il buddhismo fa parte della loro identità etnico-religiosa. Per i cingalesi l’integrità della nazione può essere ottenuta soltanto tramite l’unità territoriale.
All’inizio del 1958 dopo lo scoppio dei primi conflitti, i monaci buddhisti iniziano le loro predicazioni e si fanno promotori della difesa dell’identità nazionale, rafforzando l’idea che sia legittimo combattere contro il “male”. Per cercare di spiegare le motivazioni che spingono una religione come il buddhismo a entrare in uno scenario di guerra, occorre analizzare per prima cosa la stratificazione sociale dello Sri Lanka .
Nel paese il 75% della popolazione è costituito da cingalesi, mentre il restante 18% è tamil.
Per quanto riguarda la religione il 70% è buddhista, il 16% induista, il 7,5% musulmana e si registra anche una minoranza cristiana.
La popolazione tamil abita in due parti distinte nel nord e nel centro del paese. Soprattutto nella parte centrale le genti si dedicano all’agricoltura e costituiscono una strato sociale contadino e pur condividendo la stessa religione induista e la stessa lingua degli abitanti del nord-est, non lottano per ottenere l’autonomia. La motivazione principale di questa posizione è la seguente: questi lavoratori costituiscono una minoranza che da sempre viene sfruttata sia dai tamil che dai cingalesi. Con l’intensificarsi del conflitto emerge anche la posizione musulmana che cerca di mantenere le distanze dalle due parti.
I rapporti tra musulmani e cingalesi non sono mai buoni fin dall’epoca coloniale. Infatti con l’arrivo degli inglesi e con l’introduzione delle piantagioni di caffè, i musulmani si sono impadroniti del controllo dei traffici delle merci.
Quindi in seguito alla rivolta cingalese contro i dominatori, i musulmani sono accusati di essersi schierati dalla parte degli inglesi. Da quel momento la minoranza musulmana aumenta le richieste per costituire una comunità religiosa autonoma dalla religione buddhista di Stato.
Nello Sri Lanka è presente anche una comunità cattolica cingalese, che nel 1995 con l’arrivo di Papa Giovanni Paolo II riesce a raccogliere una schiera numerosa di fedeli. Durante gli accesi conflitti degli anni ottanta anche i cattolici sono stati coinvolti nella guerra civile.
Fra gli anni cinquanta e sessanta assistiamo in Sri Lanka alla nascita di una leva di monaci buddhisti, che riformulano idee e progetti del buddhismo.
Questo nuovo movimento è definito da molti storici “buddhismo protestante” e trova le sue radici nel contatto tra colonialismo e le popolazioni locali. Infatti con l’arrivo degli europei intorno al 1500, in particolari i portoghesi seguiti da olandesi e inglesi, nasce un influenza sugli abitanti dell’isola. Questa influenza della società occidentale porta al sorgere e alla diffusione di idee promosse dai centri buddhisti e alla creazione di un ceto intellettuale che diventa promotore della lotta contro i dominatori stranieri.
Anche la religione della potenza coloniale viene vista da una parte come un nemico e dall’altra da prendere come esempio.
La nascita del “buddhismo protestante” trova le sue origini proprio nell’epoca dei dominatori stranieri e professa il ritorno alle origini e la costruzione di un’identità collettiva nazionale. Il primo grande riformatore è il monaco Anagarika Dharmapala, che dedica la sua vita alla trasformazione della società cingalese troppo influenzata dalla cultura occidentale e cerca di diffondere l’etica buddhista. I monaci buddhisti diventano i nuovi missionari per un rinnovamento etico e politico dello Sri Lanka.
Secondo Dharmapala per riuscire a sconfiggere il degrado morale della società occorre il ritorno agli insegnamenti buddhisti come la compassione, la carità, la purezza e la ricerca costante della verità. I monaci diventano leader locali nei villaggi con l’obiettivo di educare le genti alla legge del dharma, che riassume tutta l’etica del pensiero buddhista.
I monaci diventano operatori sociali e svolgono un ruolo di mediazione tra il mondo politico e urbano e il mondo contadino dei villaggi. I monaci esaltano il lavoro nei campi e contrastano il materialismo del commercio delle merci ritenuto responsabile di distruggere la legge del dharma.
Il governo dello Sri Lanka ha sempre cercato di difendere la religione buddhista che costituisce un elemento fondamentale dell’identità nazionale.
Con il diffondersi degli scontri tra il 1983 e il 1987 si è rafforzata la posizione che la politica abbia il compito di difendere la purezza del dharma.
I monaci insegnano ai contadini dei villaggi che seguire l’insegnamento del dharma consiste nel vivere una vita semplice, vissuta nel “qui ed ora”, impegnandosi a migliorare se stessi e la comunità di cui facciamo parte.
Queste predicazioni sono seguite dalla formazione di associazioni missionarie e di scuole che formano individui di spicco nella politica cingalese.
Il ceto dei monaci buddhisti diffonde idee che vengono assimilate dalla classe politica che guida la costruzione della nazione cingalese.
Le basi morali del buddhismo sono considerate fondamentali per un processo di sviluppo economico. La sua capacità di creare energie collettive e cooperazione avrebbe permesso lo sviluppo e la crescita economica.
A seguito di una profonda riforma morale, seguendo l’etica buddista, sarebbe possibile promuovere uno sviluppo economico.
I monaci nella loro campagna di promozione dello sviluppo predicano l’astinenza dall’alcol e dalle droghe, l’astenersi dal bighellonare, dal guardare spettacoli folkloristici, dal gioco d’azzardo e dalle corse dei cavalli, cercare di non frequentare cattive compagnie e combattere l’ozio.
Un fondamento essenziale delle predicazioni dei monaci è la scoperta di una nuove etica del lavoro. Questi monaci buddhisti iniziano a formare una generazione che sarà chiamata “ i soldati del dharma”, con lo scopo di rigenerare la società basandosi sulle virtù della morale buddhista.
È importante ricordare che all’interno del buddhismo cingalese nasce un movimento cooperativo simile a quello che si trova negli ambienti cattolici italiani.
Inoltre si diffonde l’utopia di fondare una società basata sulla purezza, l’armoniosità e l’equilibrio e viene esaltato lo stile di vita contadino contrapposto a quello urbano caratterizzato dal fenomeno crescente dell’industrializzazione.
Un’opera fondamentale che riassume le idee dei monaci è un testo scritto dal monaco Walphola Rahula intitolato “l’eredità dei bhikku”, pubblicato nel 1974 in Inghilterra. I bhikku è un ordine di monaci che hanno dedicato la loro vita agli insegnamenti del Buddha.
Il testo sintetizza il compito del monaco come attivista politico e operatore sociale per costruire una nuova identità cingalese.
Quando nel 1956 arriva al potere il primo ministro della Repubblica cingalese ispira la sua linea politica agli insegnamenti de monaci: i seminari sono trasformati in università, è introdotta la lingua cingalese e le donne sono ammesse a studiare nelle università.
La tradizione racconta che il Buddha attraversa tutta l’isola e si ferma in sedici posti, che ancora oggi sono ritenuti sacri e dove sono venerate le sue reliquie.
Questo fatto ha portato a pensare, nell’immaginario collettivo cingalese, che lo Sri Lanka sia una terra sacra affidata al Buddha e i cingalesi siano un popolo eletto. Il corpo del Buddha è concepito come la Terra e quindi per rispettare la sua sacralità è impensabile parlare di una divisione territoriale.
La lingua cingalese, che da sempre è ritenuta sacra, prenderà il posto della lingua inglese dei colonizzatori.
Nel 1998 i separatisti tamil avviano una protesta contro l’uso della lingua cingalese e mettono una bomba nel tempio buddhista chiamato il “Tempio del Dente”, perché c’è la credenza che vi sia all’interno il dente del Buddha, provocando la morte di diversi monaci.
Questo è uno dei tanti attentati attuati dai tamil dopo che il governo ha attivato un una violenta repressione del movimento che da anni si batte per il riconoscimento della propria autonomia e ha creato una forte schiera militarizzata.
I Tamil sono considerati come un nemico che minaccia l’unità territoriale dello Sri Lanka, la terra sacra del Buddha.
Molti monaci buddhisti sono scesi in guerra contro i tamil per cercare di impedire che l’isola venga divisa, perché secondo i monaci la sua divisione comporterebbe anche quella del corpo del Buddha.
In Sri Lanka la religione si è dimostrata un mezzo potente di comunicazione capace di mobilitare la collettività contro la minaccia della disgregazione territoriale.
La religione in questo caso specifico ha avuto un ruolo decisivo nella costruzione dell’identità nazionale cingalese e a considerare i tamil come il nemico da sconfiggere.
Eppure prima dello scoppio dei violenti conflitti degli anni ottanta fra i cingalesi e i tamil esistono alcuni punti di contatto dal punto di vista religioso: durante la festa di Vel che è festeggiata da entrambe le comunità ci sono rituali che si svolgono dal tempio hindù a quello buddhista.
Uno spazio interreligioso che da luogo di comunicazione e di scambio si è trasformato in una zona di scontro e conflitto, dove la religione invece di svolgere il compito di creare unità tra due diverse etnie è diventata causa della loro ostilità.

venerdì 21 gennaio 2011

Un nuovo libro per Viverealtrimenti.

E’ in uscita, in questi giorni, un nuovo libro della Viverealtrimenti Editrice. E’ un testo bilingue, in italiano ed in inglese. Parliamo di Frammenti, di Emy Blesio, yogini di esperienza quarantennale, pittrice di talento e scrittrice.
Di seguito una sua breve presentazione e, naturalmente, una breve presentazione del testo, prestissimo in vendita sul sito di Viverealtrimenti.


Emy Blesio (MahaMandaleshwar Yogacharini Pandit Gayatri Devi) è Presidente della The World Community of Indian Culture & Traditional Disciplines, della C.U.I.D.Y. Confederazione Ufficiale Italiana di Yoga; di Suryanagara, Centro di Yoga, Arte, cultura e discipline orientali, dell’International Yog Confederation e della WIN Women International Network.
Creatrice e Art Director del grande Festival dell'India (MiticaIndia), dal 2002 propone Congressi di Yoga e Ayurveda e i Simposi della Spiritualità “Raggi di Un’Unica Luce”, in varie località d’Italia e nel Mondo.
Viene spesso richiesta la sua consulenza da riviste, giornali e televisioni, in virtù della sua quarantennale esperienza in materia di Yoga, Pranayama, Meditazione, Mitologia e Filosofia indiane. Creatrice del metodo Varutha Kriya, che utilizza tecniche di protezione da tensioni esogene, ha codificato 15 sequenze posture denominate “SuryaNamaskara” (Saluto al Sole) che possiedono innumerevoli benefici psico-fisici.
Nel 2006, a Mumbai (Bombay), è stata insignita "honoris causa" del titolo di "Pandit" per la sua attività nel campo dell'istruzione e cultura; nel 2008 ha ricevuto il titolo di Mahamandaleshwar e, in seguito, è stata eletta Presidente dell’International Yog Confederation di New Delhi (la prima donna in India a coprire un incarico tanto prestigioso nel campo dello Yoga, solitamente privilegio maschile) e, nel 2009, diviene presidente della WIN.

Frammenti è una raccolta, per Viverealtrimenti, di frasi, pensieri, aforismi, affiorati durante il suo corso di formazione insegnanti di Yoga.
Sono frasi utili, di respiro transculturale (ragion per cui ne è riportata anche la versione inglese) per comprendere “Il Gioco della Vita”…
Poco più di un centinaio di pagine, di simboli, parole, gocce, da leggere e ascoltare, da riflettere, meditare e da sperimentare, realizzare, come è nella tradizione del Vedanta: Sravana (ascolto della parola dei maestri), Manana (riflettere per accertare la coerenza di ciò che si è ascoltato), Nidhidyasa (il discernimento che permette di realizzare ciò che di buono si è ascoltato).
Questi tre sadhana (pratiche personali) sono necessari per arrivare alla Conoscenza. Sono gli strumenti per distruggere l’ignoranza…

giovedì 20 gennaio 2011

La Scienza della vita: lo yoga e l'ayurveda.

Di seguito, la presentazione dell'ultimo libro di Amadio Bianchi La Scienza della vita: lo yoga e l'ayurveda.
Amadio Bianchi, è presidente del Movimento Mondiale per lo Yoga e l'Ayurveda, della European Yoga Federation, della Scuola Internazionale di Yoga e Ayurveda C.Y. Surya, vicepresidente dell'International Yog Confederation di New Delhi, coordinatore generale del Movimento Mondiale per l'Ayurveda e della Confederazione Ufficiale Italiana di Yoga, ambasciatore della The World Community of Indian Culture and Traditional Disciplines, membro fondatore della European Ayurveda Association.
Vive e lavora a Milano ed è spesso unico conoscitore in Italia e in Europa dei metodi che pratica e insegna. Ha tenuto corsi in Italia, India, Grecia, Francia, Lettonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Croazia, Portogallo, Argentina, Romania, Polonia, Brasile, Bulgaria, Germania. E’ entrato in contatto con il pensiero orientale pubblicando due quaderni di filosofia: “L’Evoluzione” e “I Simboli” che gli hanno permesso di scoprire la cultura indiana. Tiene corsi e conferenze un po' ovunque, dove presenta sistemi integrati, frutto della trentennale esperienza maturata a stretto contatto con la realtà psicofisica indiana, con luminari della scienza medica ayurvedica e monaci orientali, ed è spesso presente nei maggiori congressi in qualità di relatore.


“Esiste solo una verità, ma i saggi la chiamano con diversi nomi”.
“Ogni disciplina, scientifica o metafisica, ha come base una interpretazione filosoficomatematica della natura e delle sue regole che la caratterizza e la distingue. Così è anche per la medicina indiana più tipica: l'Ayurveda.”
“L’Ayurveda è soprattutto maestro di conoscenza di una filosofia di vita onnicomprensiva, che tratta e descrive la scienza e la tecnologia del fenomeno della creazione, della preservazione e della emancipazione del processo di vita universale.”
“Siamo consapevoli che tutto il patrimonio di conoscenza dei Veda si rivela di importanza vitale nel mondo d’oggi, in quanto esso è in grado di indicarci una strada che conduce al superamento di tutte le sofferenze fisiche e mentali.”

L’idea di questo libro parte dalla raccolta di una serie di scritti particolarmente significativi del Maestro Amadio Bianchi.
Ne nasce una analisi approfondita della disciplina dello Yoga e della medicina ayurvedica, attraverso lo studio dei diversi aspetti, teorici e pratici, del sistema di cura più antico del mondo.
Un percorso evolutivo della “scienza della vita”, il suo significato, le tecniche di rilassamento, la respirazione, il benessere della colonna vertebrale, gli occhi, il cuore, percorrendo lo studio della medicina tradizionale ayurvedica, i principi sui quali si basa la ricerca di un equilibrio per il mantenimento di una salute assoluta, dalla dieta alle terapie di purificazione, dal massaggio alle pratiche per alleviare i dolori più comuni.
Alcune tecniche presentate sono state estratte dalle lezioni o da conferenze pubbliche tenute dal Maestro in Italia e all’estero.
L’Ayurveda, in occidente, è stato per molto tempo considerato come una scienza esoterica. Eppure si tratta di una scienza della vita, pratica e soprattutto semplice, ed i suoi principi sono universalmente applicabili a tutti gli aspetti del nostro quotidiano. Una scienza che si occupa di ogni elemento ed ogni aspetto della vita umana, e non solo, offrendo una visione approfondita, affinata nell’arco di molti secoli, a beneficio di tutti coloro che cercano una vita in armonia con la natura, una vita di pace e longevità.
La scienza dello Yoga, molto popolare in tutto il mondo, è fortemente e intimamente connessa con l’Ayurveda e con tutta la medicina naturale ad essa collegata. Le due scienze, viste in modo differenziato solo in un occidente abituato a scindere e classificare, sono in realtà una unica cosa che risale alla ricerca e alla saggezza antica dei Rishi e alla loro Coscienza Cosmica. Una unica visione, appunto, semplicemente tradotta in “scienza della vita”.
Stiamo tutti vivendo in un tempo molto particolare, difficile per molti aspetti, che vede una sua strada possibile nell’integrazione di diverse culture e conoscenze umane. La crescita tra gli esseri umani passa attraverso l’unione, il confronto, l’interazione di tutte le conoscenze in fatto di salute e benessere. La “scienza della vita”, l’Ayurveda, è una di queste, ed essendo già di per sé un sistema integrato di diverse branche di specializzazione, dall’erboristeria, alla chirurgia, alla psicologia, si presta a questa unificazione.

Le conoscenze riportate in questo libro arrivano da testi antichi scritti in Sanscrito. Per questo i termini riportati sono stati rigorosamente trascritti dal Sanscrito attraverso l’uso dei diacritici (segni posti sopra o sotto ad alcune lettere), per permettere una corretta lettura e pronuncia. Alcuni termini appariranno, sul presente testo, diversi dall’uso comune al quale siamo abituati, come ad esempio la parola stessa Ayurveda che è una parola maschile.

Il libro è disponibile su prenotazione. Chiunque fosse interessato, clicchi qui!

mercoledì 19 gennaio 2011

LUNA PIENA -- mercoledì 19 gennaio 2011 -- da Ajahn Munindo.

Chi è litigioso dimentica
che moriremo tutti;
non ci sono litigi
per il saggio che riflette sulla morte.

Dhammapada strofa 6

Quando siamo in un momento di risveglio, vediamo la fortuna della
nostra situazione e di come diamo tutto per scontato. Se perdiamo la
salute, desideriamo intensamente recuperarla, ripromettendoci di
valutarla di più in futuro. Quando la fiducia in un’amicizia preziosa
va perduta, ci proponiamo, se venisse ricostruita, di non permettere
mai più che cada nell’incuria. La saggezza può sbocciare dalla
costante riflessione di quanto rischiamo di perdere a causa della
disattenzione.

Con Metta

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, 7:30-8:30 durante il ritiro)
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(alternativa): santa_news@libero.it


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www.dhammatalks.org.uk (audio files)

martedì 18 gennaio 2011

L’India e l’incontro con l’Occidente. Vicende storiche, culti, racconti di viaggio, parte V.

Di nuovo in India con la quinta parte della tesi di Eleonora Luisi che sta continuando a delineare un'interessante panoramica del paese. Per la parte precedente cliccare qui!


1.14 L’indipendenza e la divisione dell’India

Nel 1945 in Inghilterra vince il partito laburista e questo determina un cambiamento nello scenario politico. Tuttavia gli inglesi non riescono a placare le divergenze tra i due maggiori partiti indiani. Il Partito del Congresso guidato da Nehru vuole creare un’India indipendente e unita, mentre la Lega Musulmana rivendica la nascita di uno stato musulmano indipendente.
Quando il tentativo inglese di conciliare le due parti in conflitto fallisce, la conseguenza è lo scoppio di una guerra civile.
Nel 1946 la Lega Musulmana provoca una strage di hindù e questo determina atti di rappresaglia nei confronti dei musulmani. A causa della gravità della situazione il governo britannico è costretto a concedere l’indipendenza.
Il nuovo Vicerè cerca di convincere le due parti a trovare un compromesso per l’unità del paese. Gandhi si oppone fin dall’inizio alla divisione del paese. La crescente violenza civile esplosa anticipa l’indipendenza indiana, che viene concessa il 15 agosto 1947.
Il problema della divisione del paese riguarda il tracciare la linea di demarcazione tra le regioni di fede musulmana e quelle di fede hindù.
Le regioni a maggioranza musulmana si trovano all’estremità opposta del paese e il Pakistan deve essere diviso in una parte occidentale e in una orientale. Questa situazione crea una forte instabilità e ci vogliono venticinque anni perché la parte est del Pakistan diventi l’odierno Bangladesh.
La città di Calcutta, nel Bengala, con la sua maggioranza hindù, dispone di un buon sistema portuale e di una fiorente industria dello iuta, viene divisa dalla parte est del Bengala a maggioranza musulmana, la nascita del nuovo confine determina la migrazione di un milione di bengalesi.
La regione dove esistono maggiori problemi è il Punjab, una delle zone più ricche del paese, dove sono presenti tre comunità separate: musulmani, sikh, hindù. I sikh hanno lottato per la formazione di uno stato indipendente, ma il confine che viene tracciato separa le due città principali Lahore e Amritsar. Nel Punjab si registrano numerose migrazioni di popolazione.
Numerosi hindù e sikh massacrano i musulmani che si dirigono a ovest, ma anche molti musulmani uccidono hindù e sikh che migrano verso est.


1.15 L’India indipendente


Il primo ministro dell’India indipendente è Nehru, che adotta una posizione politica di non allineamento, mantenendo relazioni amichevoli con l’Inghilterra e il Commonwealth e una disponibilità nei confronti dell’Unione Sovietica.
La sua apertura verso l’Unione Sovietica dipende dai conflitti con la Cina e dal sostegno che gli Stati Uniti forniscono al Pakistan. Negli anni sessanta e settanta l’India è stata protagonista di numerosi conflitti.
Nel Ladakh combatte contro la Cina e perde la sua influenza su vaste zone del territorio, dove anche oggi l’India rivendica la propria sovranità. Nel 1965 hanno inizio le guerre contro il Pakistan per il Kashmir e negli anni settanta per il Bangladesh.
Quando l’anno successivo muore Nehru al potere sale sua figlia Indhira Gandhi. A causa di una serie di disordini e di scontri interni, nel 1975 Indhira proclama la stato di emergenza e libera da ogni vincolo parlamentare si mette a lavoro per battere l’inflazione e rilanciare l’economia ed ottiene un brillante successo. Nello stesso periodo sono incarcerati gli oppositori politici e si registra un aumento della corruzione nel sistema giudiziario e la libertà di stampa subisce alcune restrizioni. Nonostante Indhira sia fiduciosa del consenso popolare perde le elezioni del 1977, che vedono vincitore il Janata People Party (JPP), fondato da un socialista gandhiano che muore dopo le elezioni. Il JPP ha vinto le elezioni, ma privo di un definito programma politico non è capace di affrontare le problematiche del paese e nelle elezioni del 1980 Indhira Gandhi torna al potere.


1.16 La continuità nel Partito del Congresso


Sono numerosi i problemi che Indhira deve affrontare una volta tornata al potere: i conflitti tra le differenti comunità, i duri scontri contro i dalit, l’aumento della corruzione della polizia e le insurrezioni scoppiate nel Punjab.
La maggioranza di questi problemi restano irrisolti quando Indhira nel 1984 viene uccisa da due guardie del corpo sikh, dopo aver deciso di inviare un esercito indiano per la liberazione del Golden Temple di Amritsar dai sikh.
Quando viene presa la decisione di irrompere nel tempio più sacro dei sikh, scoppiano numerose rivolte tra hindù e sikh. Anche alle elezione del 1984 il Partito del Congresso esce vincitore e Rajiv, il figlio di Indhira, diventa primo ministro. Non molto più tardi però il suo governo perde il consenso a causa dei numerosi fenomeni di corruzione che vedono coinvolto lo stesso Rajiv, che viene assassinato nel 1990 nel Tamil Nadu da un gruppo armato separatista dello Sri Lanka chiamato “Le Tigri di Liberazione della patria Tamil”.
Il suo successore è Narasimha Rao, che guida il Congresso alla vittoria. Nel 1992 si registra un rilancio dell’economia grazie alla decisione del ministro delle finanze di svalutare la rupia. Il mercato indiano viene aperto agli investimenti stranieri, le multinazionali sono interessate al numero crescente di professionisti e attratte dal basso costo della manodopera iniziano ad investire nel paese. Una delle più importanti è l’industria del software che anche oggi risulta una delle più sviluppate. Nel 1996 anche il governo di Rao coinvolto in una serie di scandali termina senza riuscire ad attenuare le tensioni presenti nel paese.


1.17 Il conflitto nel Kashmir


Prima dell’indipendenza la questione relativa al confine tra India e Pakistan è difficile perchè i principati amministrati dagli inglesi sono indipendenti.
Il Kashmir ha nel 1948 una maggioranza musulmana, ma è governato da un maharaja hindù . In quel periodo un esercito pakistano oltrepassa il confine con l’intenzione di annettere il Kashmir al Pakistan. L’esercito indiano riesce ad arrivare a Srinagar e impedisce l’occupazione della città, allora il Maharaja si schiera dalla parte indiana e il conflitto è inevitabile.
Nel 1948 viene indetto dal Consiglio delle Nazioni Unite un referendum riguardante il futuro del Kashmir. L’anno successivo è stabilito un cessate il fuoco e viene creata una linea di demarcazione per separare i due paesi rivali. Questa linea di demarcazione, detta linea di controllo, serve da frontiera anche se i due contendenti non la considerarono tale.
Lo stato indiano di Jammu e Kashmir comprende il Ladakh (dove si trovano musulmani e buddhisti), il Jammu (con netta maggioranza hindù), la Kashmir Valley (con notevole maggioranza musulmana); invece nella parte pakistana vivono tre milioni di persone nell’Azad Kashmir, detto anche “Kashmir libero”.
Lungo la linea di controllo sono numerose le incursioni mentre, a partire dal 1989, scoppia un conflitto nello stesso Kashmir.
Il Pakistan è accusato di sostenere i ribelli del Kashmir, mentre l’India è attaccata perché non riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli del Kashmir.
Nel 1998 la situazione è ulteriormente peggiorata, quando il governo indiano guidato dal Janata Party ha fatto scoppiare nel Rajasthan test nucleari. La risposta del Pakistan è quella di iniziare esperimenti atomici. Sia l’India che il Pakistan in seguito a una serie di critiche internazionali cessano le loro sperimentazioni nucleari.
Dopo l’attacco terroristico al Parlamento indiano nel 2001, il paese ha accusato il Pakistan e ha rafforzato ulteriormente le misure difensive. Le scarse capacità del presidente pakistano Pervez Musharraf di controllare i fondamentalismi islamici, lasciano una certa incertezza sul futuro del Kashmir. Durante il 2004 le relazioni tra i due paesi sembrano essere migliorate: l’India decide di ritirare parte delle proprie truppe, il Pakistan di adottare una politica meno dura.
Nell’ottobre 2005 la parte indiana del Kashmir è stata colpita da un potente terremoto che ha causato centinaia di vittime. Nel novembre dello stesso anno è stata riaperta la frontiera con il Pakistan per consentire l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione locale.

giovedì 13 gennaio 2011

La dea ferita.

Anche oggi ho il piacere di segnalare un video attraverso questo blog-magazine. Ne è protagonista Vandana Shiva, scienziata ed ecologista indiana, una dei leaders del movimento No Global che, a parere di chi scrive, è ormai un po’ (tanto) datato, soprattutto nella definizione. Non si può difatti negare qualcosa che è oggi pienamente in atto, la globalizzazione, si tratta piuttosto di distinguere tra una globalizzazione sana ed una deteriore che non possono non essere, come sempre accade, due facce della stessa medaglia.
Intervistai Vandana Shiva nel 2006 per conto del mensile ecologista (e un po’-tanto “piagnone”) AAM Terranuova.
La raggiunsi ad Hauz Khas, uno dei quartieri migliori di Nuova Delhi. Avevo una notte sulle spalle e mi dovetti sobbarcare una lunga attesa prima di essere ricevuto. Mi accolse, infine, con inglese oxfordiano ed una palpabile dimestichezza con i media.
Trovo che Vandana Shiva stia facendo delle battaglie sacrosante, come quella presentata nel video che ho deciso di segnalare ma, allo stesso tempo, è un personaggio che mi lascia perplesso per diverse ragioni che menzionerò tra breve.
Lo sviluppo indiano, il sogno/miracolo economico del subcontinente non manca di avere i suoi martiri.
Cito dal Times of India (6 Gennaio 2011): «According to poverty figures put out by the World Bank the number of poor in India – defined as people earning less than $ 1.25 per capita per day in purchasing power parity terms – rose from 435,5 million in 1990 to 455,8 million in 2005».
Traducendo rapidamente, per chi non conoscesse l’inglese: «Il numero dei poveri (secondo i criteri della Banca Mondiale che identifica come tali quelle persone che guadagnano, individualmente, meno di un dollaro e venticinque al giorno, a parità di potere d’acquisto) è cresciuto, in India, dai 435,5 milioni (dato del 1990) ai 455,8 milioni (dato del 2005)».
Ciò non toglie che, stando ad un’altra stima, la classe media indiana dovrebbe raggiungere i 600 milioni di persone entro 10 anni.
Lo sviluppo indiano ha dunque due facce: c’è chi sta finalmente acquisendo uno standard di vita “umano” (in questi giorni a Varanasi si gela ed io sono una delle poche persone che utilizza un paio di scaldini a gas in casa e vengo per questo considerato quasi un eccentrico in quanto l’indiano medio ne può ancora sostenere i costi con una certa difficoltà. La gente vive dunque imbacuccata dentro casa, starnutendo e tossendo di frequente) ed è questo un fenomeno che considero, fuor d’ogni moralismo ed ideologismo, del tutto positivo ma c’è anche chi sta sprofondando in una condizione di ulteriore disagio, superando la soglia dell’indigenza.
A fronte di questo trovo che quanto si debba fare non sia solo accusare le multinazionali ed il modello di sviluppo che sta vivendo il paese. Ed è qui che non sono d’accordo con Vandana Shiva che, con il suo inglese oxfordiano, sostiene, per dirla alla grossa, che si stava meglio quando si stava peggio, quando si era poveri (per quanto il termine “poveri”, almeno per la metà degli indiani ― di cui non ha mai fatto parte, naturalmente, Vandana Shiva ― fosse letteralmente un eufemismo) ma sereni. Intendiamoci, per citare il titolo di un libro del compianto amico editore Angelo Quattrocchi “le multinazionali fanno male” ma temo davvero che, nel caso dell’India, al di là di problematiche esogene (che ovviamente ci sono ed è bene vengano affrontate molto seriamente, do tutto l’appoggio a Vandana Shiva da questo punto di vista), si debbano guardare in faccia quelle endogene. In altre parole, credo si debba analizzare a fondo ed in maniera critica la cultura tradizionale del paese per mettere ordine tra le cause e gli effetti di aspetti peculiari della sua “personalità”.
Ancora fuor d’ideologismo, sono convinto che una delle chiavi fondamentali per comprendere la cultura indiana (stando almeno alle idee che ho potuto sviluppare in oltre 5 anni di vita nel paese) sia il sistema castale, riconducibile ad un preciso ordine cosmico e spirituale: il dharma.
Fare una panoramica storica del fenomeno delle caste è piuttosto arduo in questa sede e si dovrebbero anche fare cenni importanti di storia dell’India antica. Per dirla in breve: sembra acquisito che le caste siano state un prodotto dell’espansione ariana nel subcontinente, a partire dal tremila A.C. Sarvepalli Radhakrishna, saggista prolifico, presidente della Repubblica Indiana dal 1962 al 1967, nel suo Indian Philosophy scrive che l’imposizione di un sistema castale abbia rappresentato un tentativo, da parte degli invasori ariani (di pelle chiara), di preservarsi etnicamente dal meticciaggio con gli autoctoni dravida (di pelle scura). A margine di questo merita menzione che la stessa questione dell’autoctonia è piuttosto controversa in quanto non manca chi sostiene gli ariani fossero stati autoctoni del subcontinente e non provenissero, come sostiene invece la maggioranza degli studiosi, dall’Asia centrale.
Sia come sia le caste sono una realtà, in India, con una storia ed una solidità millenarie. Sappiamo che il Mahatma Gandhi si spese molto contro alcuni aspetti della cultura castale, conferendo addirittura l’incarico di scrivere la costituzione della Repubblica Indiana al Dottor Ambedkar, un “fuoricasta” (“intoccabile” o, per usare il termine più appropriato, un dalit, “un oppresso”, “un massacrato”) che, naturalmente, rese le caste anticostituzionali.
Fu un importante passo in avanti ma non certo risolutivo e la dimensione castale continua a permeare profondamente il subcontinente.
Chiunque abbia un medio livello culturale sa della realtà dei “fuoricasta”, in India, dei dalit: l’ultimo scalino della struttura sociale del paese.
Visitando il sito www.dalits.org, legato alla National Campaign on Dalit Human Rights ho trovato una definizione che credo calzi abbastanza bene al fenomeno in analisi: apartheid nascosta. Viene inoltre menzionato, nello stesso sito, il numero attuale dei dalit in India: 170 milioni di persone che continuano spesse volte a subire circa 140 tipologie discriminatorie create dal sistema castale dominante (che, per chi proprio non lo sapesse ha nei bramini, negli kshatriya e nei vaishya ― rispettivamente le tradizionali caste “intellettuale/ierocratica”, “guerriera” e dei commercianti ― le tre caste privilegiate e negli shudra, i servi, la casta inferiore, cui seguono, neanche degni di essere inseriti nel sistema castale, i già menzionati dalit) per approfondire le quali vi invito a cliccare qui.
Dunque, iniziando a fare qualche conto, dell’attuale miliardo e duecento milioni di persone, in India, 170 milioni (quasi un sesto) subiscono un’apartheid nascosta e, stando ancora a quanto si legge nel sito www.dalits.org, vivono in condizioni semplicemente “disumane” (basta vivere un minimo nel paese per rendersi conto che il sito menzionato non riporta sciocchezze).
Rimanendo in rete, citando la voce “India” di wikipedia, troviamo altri dati interessanti, altri numeri (che aiutano a rendere il discorso poco fumoso).
Cito:

un quarto della popolazione della nazione si trova sotto la soglia di povertà individuata dal governo in 0,40 $ al giorno . Nel 2004-2005, il 27,5% della popolazione viveva sotto tale soglia.
La percentuale di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale di 1,25 dollari al giorno è comunque diminuita dal 60% nel 1981, al 42% nel 2005. L'85,7% della popolazione viveva con meno di 2,50 $ (PPP – a parita’ di potere d’acquisto -) al giorno nel 2005, rispetto al 80,5% dell'Africa sub-sahariana.


Diciamolo: non è un quadro molto confortante.
Credo di poter definire la cultura tradizionale indiana, pur a fronte di una straordinaria tradizione mistica, profondamente autoritaria ed illiberale, lo si coglie anche nei comportamenti minuti delle persone. La mia interpretazione di questi dati è che l’élite del sistema castale dominante abbia deliberatamente voluto mantenere la stragrande maggioranza della popolazione in uno stato di “impotenza”, di incapacità di rivendicare maggiore distribuzione della ricchezza (va detto che, sull’altro piatto della bilancia, citando un dato del famoso giornalista e scrittore indiano Tarun Tejpal, tra i 10 uomini più ricchi del mondo, 4 sono indiani) e, più in generale, maggiore potere. La povertà è un ottimo strumento di controllo sociale come, del resto, il mantenere buona parte della popolazione nell’ignoranza (oggi in India ci sono ancora il 35% di analfabeti che, solo quindici anni fa, erano più del 50%).
I salari dei lavoratori indiani sono sempre stati tra i più bassi del mondo (basta considerare i dati di Wikipedia) e nel paese non esistono organizzazioni sindacali in grado di incidere davvero a livello politico.
In presenza di una forte chiusura, fino agli inizi degli anni ’90, del paese ai capitali stranieri, di una sedicente politica interna socialista (mi chiedo quale socialismo possa essere quello che, di fatto, non preveda una sanità pubblica ed un accesso universale all’istruzione, per citare appena due esempi) e dunque di un sistema burocratico proverbialmente kafkiano non c’è, a mio parere, da meravigliarsi che sia rimasto, fino ad oggi e malgrado le grandi risorse, a livelli spaventosamente di terzo mondo.
Che sviluppo ci può essere in un paese dove oltre l’ottanta per cento della popolazione si può permettere, quando se la può permettere, a malapena la sopravvivenza? Nel momento in cui pochissimi sono in grado di consumare (e non parliamo qui di “consumismo” ovvero di forme degenerate di consumo ma di “consumo sano”, “legittimo”) in che misura è possibile produrre merci e, di conseguenza, lavoro?
Un discorso a parte meriterebbero i livelli inverosimili di corruzione capillare, un fenomeno che è sempre più presente, almeno formalmente, nell’agenda della leadership politica attuale, oltre alla capacità del popolo di convivere con condizioni igienico-sanitarie a dir poco disperate (anche se anche a questo riguardo i miglioramenti, negli ultimi anni, sono notevoli).
Sappiamo, del resto che, oggi, la situazione sta cambiando, in virtù di una “rivoluzione liberale” inaugurata dall’attuale premier Manmohan Singh.
Credo davvero sia quello di cui il paese ha bisogno malgrado quanto sostengono sopravvissuti No Global (magari ubicati nella Toscana Felix, che si riempiono la bocca con l’austerità e la frugalità degli altri, essendosi sempre guardati bene anche solo dallo sfiorarne i livelli più tollerabili) o, ad esempio, alcuni sostenitori del “paradigma gandhiano”, tra i quali rientra, in parte, anche Vandana Shiva.
Alcuni di questi identificano nell’utopica India dei villaggi e dei loro consigli di anziani-saggi (panchayats) un’alternativa all’attuale modello di sviluppo. Propendono per un’India che mantenga una propria tradizionale attitudine frugale e, sostanzialmente, perpetui una economia poco più che di sussistenza. Un’ipotesi che manca, mio vedere, del tutto di realismo proprio in virtù del fenomeno che, a partire da Seattle, con scarsa fortuna ed il vessillo di una sigla ingenua, si è voluto negare: la globalizzazione.
La globalizzazione “buona”, delle informazioni che circolano in tempo reale attraverso internet non può non fare piazza pulita, nel tempo, di molti localismi e tradizionalismi (inclusi, vivaddio, quelli indiani). È questo, naturalmente, un processo controverso (di annacquamento culturale ma anche di rinnovamento delle rispettive dimensioni valoriali), un passaggio sicuramente critico ma non si può realisticamente pensare che, a fronte di esso, i giovani indiani non desiderino vedere e permettersi di vivere un po’ di mondo ben oltre le possibilità della realtà virtuale.
In poche parole, credo sia ragionevole pensare che i giovani indiani, più di quelli occidentali, vogliano una sola cosa: benessere, superando le pastoie di una cosiddetta cultura tradizionale che, stando a quanto argomentato sino ad ora, inizia ad essere del tutto anacronistica senza, peraltro, aver mai brillato per riuscita sociale.
Benessere e maggiore libertà, maggiore spazio alle esigenze dell’individuo che ha sempre dovuto sottomettersi, in India, ai dictat della tradizione, essendone vissuto più che essere libero di vivere la propria vita e, dunque, libero di scegliere.
Paradigmatico, in questo senso, il fenomeno dei matrimoni arrangiati dalle famiglie, ancora prevalenti in buona parte del paese.
La dimensione castale, inoltre, ha sempre ridotto al minimo la mobilità sociale, ragion per cui fino a pochi anni fa chi nasceva in una famiglia inserita in un determinato ramo professionale ha spesso subito una quasi condanna a dover svolgere, a sua volta, il mestiere o la professione dei propri genitori, con al fianco una moglie o un marito che non sono stati per nulla soggetti di scelta.
È quella che io definisco “la tragedia dell’ineluttabilità” che ancora affligge profondamente il popolo indiano.
Più in generale, trovo che la cosiddetta cultura tradizionale indiana sia molto una cultura del dominio e della sottomissione che sta iniziando a mostrare crepe irreversibili anche in un altro ambito cruciale: la formazione universitaria.
Cito un altro articolo dal Times of India (26 Dicembre 2010) dal titolo illuminante: In new India, more guides than gurus:

For generations, the professor was the unquestioned god and guru of the Indian classroom, able to hold forth for hours with no one daring to ask a question or confess they hadn’t understood a concept. Students would kneel and touch the teacher’s feet whenever they met as a sign of unfaltering respect.

Traducendo, in breve: per generazioni il professore è stato l’incontestato dio e guru della classe di studenti indiani, capace di andare avanti per ore senza
che nessuno osasse fare una domanda o confessare che non aveva capito un concetto. Gli studenti dovevano inchinarsi e toccargli i piedi ogni qualvolta lo incontravano, in segno di indiscusso rispetto.
Tutto questo, argomenta Emily Wax nell’articolo, ha creato generazioni di professionisti troppo intimiditi per proporre proprie idee. Il boom economico di questi anni, tuttavia, sta iniziando a richiedere, esplicitamente, quadri professionali più creativi.
Ironia della sorte, i professori boriosi stanno dunque finendo, a loro volta, sui banchi di scuola.
La WIPRO, la terza più importante società indiana di tecnologia dell’informazione, ha iniziato infatti ad organizzare trainings per “degurizzare” i professori facendone piuttosto ― più laicamente e forse, per alcuni, prosaicamente ― dei “formatori”.
Già diecimila professori sono in via di “degurizzazione” ed è previsto ne vengano “degurizzati” altri venticinquemila nei prossimi tre anni.
A fronte della soggezione degli studenti nelle scuole, è difficile pensare ci sia molta più intraprendenza nel mondo del lavoro e, più in generale, nella vita sociale del paese, dove le gerarchie vengono venerate nella misura in cui sono, profondamente, temute.
Ed ecco che i nodi vengono al pettine delle battaglie di Vandana Shiva.
Le multinazionali (che in molti casi rappresentano la vergogna dell’economia di mercato nella stessa misura in cui il socialismo reale ha profondamente oltraggiato gli ideali socialisti) si stanno potendo permettere di saccheggiare il paese, di fare delle autentiche porcate (come quelle che si vedono nel video in questione) perché, tra le altre cose, possono far leva sulle tante espressioni della sua arretratezza: povertà, analfabetismo, ignoranza, profondo assoggettamento della popolazione, violento autoritarismo dei poteri locali.
Un’arretratezza tutta indiana, di cui la leadership del paese deve trovare il coraggio di farsi carico e, dunque, dei martiri del sogno indiano e dei 170 milioni di innocenti che subiscono, ogni giorno, le abiezioni di un’apartheid nascosta.
Un paese di gruppi di interesse, soggetti politici e sociali meno assoggettati, meno sprovveduti e più attivi, potrebbe iniziare ad avere alcuni validi elementi per essere meno permeabile alle espressioni degenerate del libero mercato.
Di seguito una breve introduzione al video, presente sul sito di olisticatv ed il video stesso.

Come fanno le multinazionali ad introdursi nei mercati locali, distruggendo le economie e gli equilibri fondati sulla biodiversità e sulla tradizione?
L'esempio dell'India, dove l'olio di senape non è solo un alimento economico tradizionale, ma anche una panacea ayurvedica per molti mali. Eppure, con un pretesto, è stato bandito nell'intero continente, escluse le confezioni industriali, spianando la strada all'ingresso degli olii importati, in particolare quello di soia, molto meno adatto all'alimentazione in India a causa delle sue caratteristiche organolettiche.
Ne parla Vandana Shiva, scienziata e attivista ambientalista indiana nota in tutto il mondo per il suo impegno a favore della tutela della biodiversità (qui intervistata da Werner Weick e da Marilia Albanese), appellandosi alla forza delle donne come principio creativo e rigeneratore (Shakti).


Il video

mercoledì 12 gennaio 2011

L’India e l’incontro con l’Occidente. Vicende storiche, culti, racconti di viaggio, parte IV.

Riprendiamo con la pubblicazione, a puntate, della tesi di laurea di Eleonora Luisi che costituirà un'ottima base per alcuni approfondimenti sull'India di oggi.
Per le sezioni precedenti, cliccare qui!


1.11 L’India Britannica

Il controllo inglese sull’India risale all’inizio del XIX sec., anche se il paese è diviso in stati governati dai sovrani locali chiamati maharaja (principi) e i nawab.
Da una parte vi sono questi stati che amministrano i loro territori, dall’altra vi è un governo centrale che ha come modello il sistema governativo inglese.
La Compagnia delle Indie Orientali amministra il territorio fino al 1858, anche se il governo inglese ha già il controllo sull’India in precedenza.
Gli inglesi con il loro interesse per il commercio e i profitti incrementano la produzione di tè, caffè, cotone e aumentano le estrazioni di carbone e ferro. Viene costruita una vasta rete ferroviaria indiana e si inizia a progettare canali di irrigazione e il sistema degli zamindar (proprietari terrieri che non abitano nelle loro terre), che determina un incremento del numero dei contadini impoveriti. L’inglese diventa la lingua ufficiale del paese, anche se continuano a essere parlate numerose lingue locali e questo fatto determina una distanza tra i dominatori e gli indiani.


1.12 La lotta per l’autogoverno


La rivolta contro gli Inglesi inizia nel 1857, nello stesso anno vengono fondate le tre principali università indiane a Bombay, Madras e Calcutta, che promuovono insegnamenti di tipo europeo in lingua inglese. La diffusione della cultura inglese in India ha formato una classe media occidentalizzata costituita dagli indiani che lavorano nella burocrazia statale, banchieri e mercanti che si sono arricchiti con la Compagnia delle Indie a cui si aggiungono i grandi industriali indiani del cotone e dell’acciaio.
Questa classe sociale è unita da interessi e da una cultura comune che non è solo inglese, ma molti aderiscono al nuovo Induismo riformato che si è sviluppato come risposta agli Europei che hanno criticato l’Induismo ortodosso.
Molti indiani indignati dal comportamento sprezzante europeo decidono di rivendicare i valori dell’Induismo e creare una nuova riforma contro le degenerazioni degli ultimi anni. La classe media occidentalizzata di impiegati e burocrati indiani il cui sviluppo è dovuto alla collaborazione con gli inglesi, capisce che i posti di comando vengono riservati soltanto agli inglesi, mentre gli indiani vengono esclusi.
La causa principale dello scoppio della ribellione del 1857 riguarda un episodio accaduto in una caserma militare di Meerut, nell’Uttar Pradesh, dove si diffonde la notizia che i proiettili forniti ai soldati sono lubrificati con grasso animale.
Negli ambienti indiani circolano le voci che si tratti di grasso di vacca, un animale ritenuto sacro per gli hindù, mentre fra i musulmani si parla di grasso di maiale, un animale ritenuto impuro dalla religione islamica e queste voci generano una situazione di tensione, che presto sfocia in una ribellione che viene presto sedata nel sangue dagli Inglesi. Questi fatti dimostrano evidenti segnali di instabilità nella vita del paese che necessita una fase di cambiamento. Quando nel 1883 un progetto di legge, che prevede che i giudici indiani possano giudicare cittadini inglesi, causa una reazione inglese, gli indiani decidono di organizzarsi per promuovere i propri diritti e fondano nel 1885 il Partito del Congresso.
All’interno del partito emerge la corrente moderata, che pensa che basti dimostrare all’Inghilterra che gli indiani sono capaci di governarsi da soli per cercare di ottenere l’autogoverno, promuovono diverse riforme sociali con lo scopo di educare le masse. I moderati capiscono che il Congresso è espressione delle classi medie occidentalizzate a cui manca la partecipazione delle masse. Per cercare di cambiare la situazione si pensa di usare la religione come strumento di propaganda e vengono organizzati pellegrinaggi e feste religiose per convincere le masse che è necessario ribellarsi agli inglesi. Nel 1905 si ha il primo scontro tra il Partito del Congresso e gli inglesi, in seguito a un provvedimento del Vicerè Lord Carzon che prevede che le scuole private indiane vengano controllate dagli inglesi.
Quando il Bengala viene diviso in due province in base alle divisioni religiose in modo da separare gli indù dai musulmani, il Congresso capisce che questa azione politica mira a dividere gli indù dai musulmani. Nel Bengala inizia un’agitazione che presto si diffonde in molte regioni indiane.
Il Congresso decide di utilizzare lo “swadeshi”, ossia il rifiuto di tutto quello che proviene dall’Inghilterra. Durante questa prima fase il governo coloniale ne esce vincitore: le agitazioni non riescono a unificare il Bengala, dove esistono forti tensioni tra gli estremisti e i moderati. Gli inglesi arrestano il capo della corrente estremista e cercano di appoggiare i moderati concedendo alcune riforme come quella dell’elezione di indiani nei consigli vicereali. La situazione indiana resta immutata fino allo scoppio della prima guerra mondiale e alla comparsa sulla scena internazionale di Gandhi.


1.13 Il Mahatma Gandhi


Gandhi è una delle più grandi personalità del XX sec. e svolge un ruolo centrale nella lotta per l’indipendenza indiana dal dominio coloniale britannico.
Nasce nel 1869 da una famiglia di commercianti a Portbandar nel nord-ovest dell’India e si sposa all’età di tredici anni secondo la tradizione hindù. Studia a Londra e dopo la laurea in giurisprudenza esercita la professione di avvocato a Bombay, ma soltanto per breve tempo.
Infatti nel 1863 parte per il Sud-Africa dove resta per venti anni e lavora come consulente legale presso una ditta indiana. In questi anni Gandhi viene a contatto con la realtà della “segregazione razziale” e inizia la sua lotta per il riconoscimento dei diritti degli indiani. Nel 1906 promuove il suo metodo di lotta basato sulla resistenza non violenza, detta “satyagraha”. Lo stesso Gandhi definisce il significato di satyagraha nel seguente modo:

Negli ultimi trenta anni ho predicato il satyagraha. Sono giunto alla conclusione che i principi del satyagraha costituiscano un’evoluzione graduale. Il termine satyagraha è stato coniato da me in Sud Africa per definire la forza che in quel paese gli indiani utilizzarono per ben otto anni, e fu coniato con lo scopo di distinguere tale forza dal movimento che allora si andava sviluppando in Inghilterra e in Sud Africa con il nome di Resistenza Passiva.
Il suo significato profondo è l’adesione alla verità, e dunque la forza della verità. Lo ho definito anche forza dell’amore o forza dell’anima. Nell’ applicazione del satyagraha ho scoperto fin dai primi momenti che la ricerca della verità non ammette l’uso della violenza contro l’avversario, ma che questo deve essere distolto dall’errore con pazienza e la comprensione.
Infatti ciò che sembra la verità ad uno può sembrare un errore ad un altro. E pazienza significa disposizione a soffrire. Dunque il senso della dottrina è la difesa della verità attuata non infliggendo sofferenze all’avversario ma a se stessi.
Ma in campo politico la lotta per il bene del popolo consiste soprattutto nell’opporsi all’errore nella forma delle leggi ingiuste. Quando non si è riusciti a convincere il legislatore dell’errore attraverso petizioni e cose del genere, l’unica strada che rimane aperta, se non ci si vuole sottomettere all’ingiustizia, è di costringerlo a cedere con la forza o di soffrire nella propria persona esponendosi alla punizione per la violazione della legge. Per questo satyagraha per la maggior parte della gente significa Disobbedienza civile o Resistenza Civile.
È civile perché non è criminale.
Il criminale viola la legge furtivamente, e cerca di evitare la punizione; del tutto differente è invece il comportamento di colui che pratica la resistenza civile. Questo obbedisce sempre alle leggi dello stato cui appartiene, non per paura delle punizioni ma perché le considera utile al benessere della società.
Ma si verificano alcuni casi, generalmente rari, in cui egli considera alcune leggi ingiuste e l’obbedienza ad esse un disonore. Egli dunque apertamente e civilmente viola queste leggi e sopporta con pazienza la punizione che gli viene inflitta per tale violazione. E per manifestare la sua protesta contro l’azione dei legislatori egli può rifiutare la sua collaborazione allo stato, disobbedendo anche ad altre leggi la cui violazione non implica un comportamento immorale.
A mio parere la bellezza e l’efficacia del satyagraha sono grandiose, e la dottrina è così semplice da poter essere insegnata anche ad un bambino.
In Sud Africa l’ho predicata a migliaia di uomini, donne, bambini indiani, con eccellenti risultati.


(“Young India”, 14 Gennaio 1920).

Gandhi si prefigge l’obiettivo di raggiungere l’uguaglianza sociale e politica per mezzo delle marce e delle ribellioni pacifiche e grazie al suo operato il governo sudafricano elimina alcune leggi discriminatorie, viene riconosciuta la parità dei diritti agli immigrati indiani e vengono riconosciuti i matrimoni religiosi. Nel 1915, dopo il suo rientro in patria, diviene il leader del Partito del Congresso e svolge un ruolo di rilievo nella lotta contro il colonialismo inglese. Diventa il promotore della prima campagna di disubbidienza civile e di non collaborazione con il governo britannico così definite:

…La disubbidienza civile è la violazione civile delle leggi immorali e oppressive. L’espressione, a quanto mi risulta, fu coniata da Thoreau per indicare la sua resistenza contro le leggi di uno stato schiavista. Egli ha lasciato un’opera magistrale sul dovere della disubbidienza civile. Ma Thoreau forse non era un vero campione della non-violenza. Probabilmente inoltre egli limitò la sua violazione delle leggi alla legge sulle entrate, ossia al pagamento delle tasse.
Al contrario la disubbidienza civile che venne praticata nel 1919 comportava la violazione di tutte le leggi oppressive e immorali. Essa significava porsi fuori legge in modo civile, ossia non-violento. Il seguace della disubbidienza civile si esponeva alle sanzioni previste dalla legge e si sottometteva di buon grado all’incarnazione. La disobbedienza civile è una parte del satyagraha.
La non-collaborazione implica fondamentalmente il rifiuto di collaborare con lo stato che a giudizio del seguace della non-collaborazione è divenuto corrotto, ed esclude la disubbidienza civile di tipo totale sopra descritta.
Per la sua stessa natura la non-collaborazione può essere praticata anche dai bambini che hanno appena l’età della ragione e può essere agevolmente praticata dalle masse. La disobbedienza civile presuppone la disposizione ad obbedire spontaneamente alle leggi, non per timore delle sanzioni che esse prevedono. Essa può dunque essere praticata solo come mezzo estremo e, almeno in una prima fase, soltanto da pochi elementi selezionati. Anche la non-collaborazione, come la disobbedienza civile, è una parte del satyagraha, che comprende ogni forma di resistenza non-violenta per l’affermazione della verità.

(“Young India”, 23 marzo 1921).

Nel 1920 Gandhi riesce a far entrare le masse contadine nell’organizzazione del Partito del Congresso e sono proprio i contadini che lo chiamano “Mahatma”, che in sanscrito significa “Grande Anima”. Viene incarcerato e rilasciato più volte durante la sua lotta, prende parte alla Conferenza di Londra, dove rivendica il diritto di indipendenza per il suo paese.
Nel 1930 è il promotore della “marcia del sale”, una delle tasse più ingiuste perché colpisce le classi più deboli. Nel marzo dello stesso anno scrive una lettera al vicerè elencando le ingiustizie che devono essere eliminate dal governo britannico e nella parte finale espone il metodo del satyagraha e l’intenzione di avviare una campagna di disubbidienza civile che riguarda la violazione della legge sale:

Sarebbe colpevole aspettare ancora. È opinione generale che per quanto disorganizzato e per il momento ancora numericamente debole, il partito della violenza stia guadagnando terreno e cominci a farsi sentire. I suoi fini sono gli stessi che mi prefiggo. Ma sono convinto che esso non può dare sollievo alle sofferenze delle grandi masse indiane. E si fa sempre più profonda in me la convinzione che soltanto l’assoluta non-violenza può costituire un antidoto valido alla violenza organizzata dal governo inglese. Molti pensano che la non violenza non sia una forza attiva . La mia esperienza, per quanto limitata possa essere, mi ha invece dimostrato che la non-violenza può essere una forza intensamente attiva. È mia intenzione dirigere questa forza tanto contro la violenza organizzata dal dominio inglese quanto contro la violenza disorganizzata dal partito della violenza in rapida ascesa. Rimanere ancora passivi significherebbe dare libero corso a entrambe queste forze. Vedo una cieca e incrollabile fede nell’efficacia della non-violenza come io ho, sarebbe colpevole da parte mia attendere ancora. Questa non-violenza sarà espressa attraverso la disobbedienza civile, che per il momento sarà limitata ai componenti dell’ashram del satyagraha, ma che in seguito dovrà estendersi a tutti coloro che vorranno unirsi al movimento accettandone i naturali limiti.

La mia ambizione. La conversione del popolo inglese. So che portando avanti un’azione non violenta io correrò un rischio che potrebbe essere giustamente definito folle. Ma le vittorie della verità non sono mai state ottenute senza correre rischi, e spesso sono state ottenute soltanto grazie alla capacità di correre i rischi più gravi. La conversione di una nazione che consciamente o inconsciamente vive alle spalle di un’altra nazione molto più popolosa, molto più antica e non meno civile di essa è una cosa che merita che si corrano dei rischi.
Ho deliberamene usato la parola conversione. La mia ambizione infatti è quella di convertire il popolo inglese attraverso la non-violenza, e di far si che esso comprenda il male che ha fatto all’India. Non intendo arrecar danno al vostro popolo. Voglio servirlo né più né meno come voglio servire il mio. E credo di averlo sempre servito. Fino al 1919 lo ho servito ciecamente.
Ma anche quando i miei occhi si aprirono e concepii l’idea della non collaborazione, il fine della mia azione rimase quello di servire il popolo inglese. Ho usato contro di esso la stessa arma che, con tutta umiltà, ho usato con successo contro i membri più cari della mia famiglia. Se nutro per il vostro popolo lo stesso amore che nutro per il mio, questo amore non potrà rimanere a lungo disconosciuto. Esso si rivelerà al vostro popolo come si è rivelato ai membri della mia famiglia dopo numerosi anni di scontri. Se il popolo si unirà a me, come credo che farà, le sofferenze che esso affronterà, se l’Inghilterra non muterà al più presto il suo atteggiamento, saranno capaci di toccare i cuori più duri.

Se poi non saprà eliminare le ingiustizie. Il progetto di Disubbidienza Civile è destinato a combattere le ingiustizie che ho menzionato. È a causa di tali ingiustizie che noi vogliamo troncare i nostri rapporti con l’Inghilterra. Quando esse saranno eliminate tutto diverrà facile, e si aprirà la via delle trattative amichevoli. Se le relazioni inglesi con l’India verranno purificate dall’avidità, non avrete difficoltà a riconoscere la nostra indipendenza. La invito dunque rispettosamente ad impegnarsi immediatamente nell’eliminazione di tali ingiustizie, per aprire la via a delle vere trattative tra eguali, dirette unicamente a promuovere il bene comune dell’umanità attraverso la volontaria collaborazione, e a stabilire i termini di un aiuto reciproco e di rapporti soddisfacenti per entrambe le parti. Lei ha dato un eccessivo risalto ai problemi che affliggono le comunità di questo paese. Per quanto importanti questi problemi possono essere per chiunque voglia governare il paese, essi hanno una rilevanza del tutto secondaria rispetto ai ben più gravi problemi che sono al di sopra delle comunità e che le riguardano tutte indistintamente. Ma se lei non saprà eliminare le ingiustizie da me menzionate e se questa mia lettera non riuscirà a toccare il suo cuore, il giorno 11 di questo mese inizierò, con i compagni dell’ashram che vorranno seguirmi, a violare le disposizione sulla marcia del sale. Io considero la tassa sul sale la più iniqua di tutte dal punto di vista dei poveri. E poiché il movimento per l’indipendenza punta essenzialmente al bene dei più poveri del paese, si inizierà dalla lotta contro questa ingiustizia. La cosa che meraviglia è che ci siamo sottomessi al crudele monopolio del sale per così lungo tempo. So che lei ha la possibilità di impedirmi di agire facendomi arrestare. Ma io spero che vi siano decine di migliaia di persone pronte, in modo disciplinato, a prendere il mio posto e, disobbedendo alla legge sul sale, ad esporsi alle sanzioni previste da una legge che non avrebbe mai dovuto deturpare i nostri codici.

Non una minaccia ma un sacro dovere. Non ho alcun desiderio di causarle delle difficoltà immotivate e in generale di causarle delle difficoltà, per quanto mi è possibile. Se lei pensa che nella mia lettera vi siano degli argomenti validi e se è disposto a discutere con me le questioni in essa trattate e se a tal fine preferisce che io rinvii la pubblicazione della lettera, sarò lieto di fare quanto lei gradisce purchè riceva indicazioni telegrafiche in tal senso a giro di posta. La prego tuttavia di non tentare di distogliermi dai miei propositi se non vede la possibilità di risolvere i problemi sollevati in questa lettera.
Questa lettera non vuole essere in alcun modo una minaccia, ma corrisponde ad un elementare e sacro dovere, imprescindibile per un seguace della resistenza civile. La farò recapitare da un giovane amico inglese che crede nella causa indiana ed è un fedele seguace della non-violenza e che la Provvidenza sembra avermi inviato appositamente per assolvere a questo mio incarico.


(“Young India”, 12 marzo 1930).

La campagna non-violenta di Gandhi promuove anche il boicottaggio delle merci provenienti dall’estero e dopo che viene incarcerato con la moglie protesta con lunghissimi scioperi della fame, il più famoso è quello intrapreso per combattere la situazione degli “intoccabili”:

Il digiuno è una potente arma dell’arsenale del satyagraha. Esso non può essere intrapreso da tutti. La semplice capacità fisica di sopportarlo non è una qualità sufficiente. Il digiuno è completamente inutile senza una profonda fede in Dio. Esso non deve mai essere uno sforzo meccanico o una semplice imitazione. Deve essere ispirato dal profondo dell’anima. Per questo è estremamente raro. Io sembro tagliato per esso. È degno di nota il fatto che nessuno di coloro che in campo politico si trova nelle mie stesse posizioni ha sentito l’impulso del digiuno. E sono lieto di poter dire che nessuno di essi ha mai criticato i miei digiuni. Neppure i miei compagni membri dell’ashram hanno mai sentito l’impulso del digiuno, tranne in rare occasioni. Essi hanno sempre accettato la regola di non intraprendere i digiuni penitenziari senza il mio permesso, a prescindere da quanto impellente l’impulso al digiuno possa sembrar loro.
Il digiuno dunque, sebbene sia un’arma potentissima, è governato da regole severissime e può essere intrapreso soltanto da chi si è adeguatamente preparato ad esso. E, secondo il mio metro di giudizio, la maggioranza dei digiuni non sono assolutamente riconducibili all’ambito del satyagraha e sono, come vengono generalmente chiamati, degli scioperi della fame intrapresi senza alcuna preparazione e coscienza. Se si ripetono troppo spesso, questi scioperi
della fame sono destinati a perdere anche la limitata efficacia che possono avere a cadere nel ridicolo.


(Harjan, 18 marzo 1939).

Quando il 15 agosto del 1947 l’India raggiunge l’indipendenza, Gandhi vive questo periodo con sofferenza, dedicandosi alla preghiera e al digiuno. Infatti viene sancita la divisione del subcontinente indiano in due stati: India e Pakistan. Questa divisione sancisce definitivamente la separazione tra hindù e musulmani e determina lo scoppio di una guerra civile che causa un milione di morti e sei milioni di profughi. Il Mahatma che ha assunto un atteggiamento moderato sul problema della divisione del paese, suscita l’odio di un fanatico hindù, che lo uccide durante un raduno di preghiera il 30 gennaio 1948.

domenica 9 gennaio 2011

Home stay a Varanasi.

A Varanasi, un periodo, con Vivere altrimenti.
A Varanasi, dove gli hindu sperano di morire per l’ultima volta, direttamente a casa di locali, vivendo un buono standard indiano, spartano ma godibile, interessante sul piano antropologico e formativo su quello della crescita integrale.
È stata organizzata, a Varanasi, una piccola rete per l’home stay, con possibilità di essere autonomi sul fronte della cucina, riducendo così drasticamente le possibilità di contrarre fastidiose infezioni intestinali, con l’opportunità di essere guidati o quantomeno consigliati nella scoperta della città, potendo, parimenti, godere di alcuni comforts “occidentali” (buona musica, buoni libri, buoni films) e, naturalmente, del privilegio di calarsi nell’autentica cultura del luogo, con classi di yoga e sessioni di ayurveda (tenute, naturalmente, da Smriti Yoga Teacher presso la Om International Yoga Health Society), massaggi e concerti di musica classica indiana.
In breve: una chance per poter valorizzare, allo stesso tempo, diverse culture in uno spirito genuinamente dialogico che tenti di non perdere mai di “leggerezza”.
Non è sempre semplice mantenersi leggeri, a Varanasi; Viverealtrimenti ha deciso di raccogliere anche questa sfida e di condividerla con i suoi lettori.
Per maggiori informazioni, scrivere a: info@viverealtrimenti.com

giovedì 6 gennaio 2011

Un video per Smriti.

Lo staff europeo della Om International Yoga Health Society ha realizzato il bel video segnalato in basso durante un workshop che Smriti ha tenuto ad Amsterdam. E' un buona referenza per l'organizzazione del prossimo Europe Tour che si spera possa prevedere una tappa anche a Parigi ed una a Londra.

Per vedere il video, clicca qui!
Per visionare il post di presentazione del precedente Europe Tour, realizzato in ottobre/novembre 2010, clicca qui!

martedì 4 gennaio 2011

LUNA NUOVA -- martedì 4 gennaio 2011 -- da Ajahn Munindo.

Vuota l’acqua dalla tua barca,
liberati dalle inquinanti passioni
della brama e dell’odio:
disincagliato salpa
verso la liberazione.

Dhammapada strofa 369

Il nostro cuore si fa più leggero quando comprendiamo come le passioni
indisciplinate possano essere un fardello tanto pesante. Forse ci
chiediamo: “Cosa continua a rendermi infelice?” Riconoscendo il legame
tra i pensieri che nutriamo e lo stato del nostro cuore, sorge un
senso di urgenza. Non vogliamo coltivare pensieri che ci sommergono.
Quando sappiamo come lasciar andare ciò che ci ostacola, il vascello
su cui navighiamo verso la libertà si muove più velocemente.

Con Metta

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama Monastero Buddhista 02030 Frasso Sabino (RI) Italy Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, 7:30-8:30 durante il ritiro) Fax: (+39) 06 233 238 629 sangha@santacittarama.org (alternativa): santa_news@libero.it

www.santacittarama.org
www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.fsnewsletter.org (newsletter in English)
www.dhammatalks.org.uk (audio files)

domenica 2 gennaio 2011

Progetto Alice, newsletter di fine anno.

Cari amici,
sono passati 16 anni da quando partimmo timidamente con il Progetto Alice, a Sarnath. Furono costruite due aule con l’intenzione di portare gli studenti fino alla quinta elementare. C’erano ottanta alunni e tre insegnanti. Questi ultimi sono ancora con noi. Ricordo la profezia del religioso jainista che venne a benedire le aule, dopo le cerimonie dei cristiani (padre Pereira, il frate cappuccino), dei monaci buddisti (Gosel Lama, presidente della nostra società), di un pandit induista e di un mullhah musulmano. Disse il religioso janinista: “Questo terreno non basterà!” Anche Padre Pereira, il frate cappuccino, durante la predica della Messa celebrata nell’aula del sotterraneo, disse che la scuola si sarebbe sviluppata in modo imprevedibile. Ci fece capire che la Provvidenza aveva dei disegni particolari … Allora non pensavamo di sicuro che quelle due aule si sarebbero moltiplicate miracolosamente fino a diventare una trentina. Gli studenti passarono da poche decine agli attuali novecento a Sarnath, 40 a Bodhgaya (residenti nell’ostello), un centinaio nella nuova scuola in Arunachal Pradesh. Gli insegnanti sono lievitati fino ad arrivare a tre decine. Nel corso degli anni, una parte dei fondi offerti dai nostri sponsors, fu devoluta per l’acquisto di terreni, sapendo che la scuola non avrebbe mai potuto svilupparsi se non avesse avuto adeguati spazi per l’edilizia, i laboratori, il campo giochi… Oggi non solo abbiamo un vasto playground, ma anche del terreno agricolo a Sarnath e a Bodhgaya che viene coltivato dagli studenti che vivono nell’ostello, contribuendo così ad una sensibile riduzione delle spese per il cibo.
Dal 1994, data di fondazione della scuola, alcune centinaia di studenti si sono diplomati presso la nostra Istituzione (maturità simile alla terza liceo in Italia). Molti di questi ex studenti ora hanno finito l’Università e insegnano oppure lavorano in aziende private. Ad esempio, tre ex studenti insegnano a Varanasi nella scuola Aghoreshwar Bhagwan Ram Bal, che segue i principi del Progetto Alice. Altri tre ex studenti hanno trovato lavoro presso la scuola di un monastero di Bodhgaya, che segue la nostra metodologia. Due ex studenti sono responsabili di un progetto per l’alfabetizzazione nei villaggi nello Stato dell’Uttar Pradesh. Alcune ragazze insegnano con successo in scuole private del Distretto di Varanasi. Il giudizio sui nostri ex studenti è unanime: preparati, buon inglese e persone di cui fidarsi. Recentemente abbiamo avuto notizia che diversi studenti della scuola superiore danno lezioni private a coetanei oppure a ragazzi poco più giovani di loro. Le materie in cui i nostri studenti eccellono sono quelle umanistiche: l’inglese, l’hindi e la storia. Anche quest’anno, abbiamo avuto il cento per cento di promossi all’esame di Stato per la classe X. Una novità: la nostra scuola di Sarnath è stata scelta come sede di esami di Stato per l’Università di Sanskrito. Per circa dieci giorni, duecento studenti universitari, provenienti da diverse zone dell’Uttar Pradesh, sono stati ospitati nelle aule di Sarnath,controllati da una decina di professori. La scuola, in questo modo, è stata inserita nell’elenco delle sedi privilegiate per esami universitari.

Scuola per i chakma a Bodhgaya
I chakma sono una minoranza etnica dal Bangladesh, di religione buddista. Il Bangladesh nacque nel 1971 in seguito alla secessione dallo Stato del Pakistan, che apparteneva all’India fino al 1947. Quindi i chakma erano indiani fino al momento della famosa sanguinosa partizione che vide nascere lo stato del Pakistan. Quando avvenne la seconda partizione (nascita dello Stato del Bangladesh), si trovarono a subire pesanti persecuzioni da parte della maggioranza musulmana. Non solo, ma una parte del territorio, dove vivevano, venne sommersa dall’acqua di una nuova gigantesca diga. Così, migliaia di famiglie furono costrette a lasciare la loro terra e a rifugiarsi in India. Si concentrarono soprattutto nello stato dell’Arunachal Pradesh, dove molti vivono lavorando come agricoltori, in condizioni di grande disagio. Pochissimi sono stati riconosciuti dal Governo indiano. La maggioranza vive come profughi, senza diritti, senza passaporto, senza la possibilità di votare, aprire un conto in banca oppure una propria attività. Dal 1998 il Progetto Alice ha preso a cuore la situazione di questa minoranza etnica e ospita gratuitamente decine di studenti di età che va dai nove ai vent’anni. Finora abbiamo aiutato circa un centinaio di questi ragazzi sfortunati. Ora molti di loro lavorano nell’esercito, oppure come traduttori (inglese) nei call centers, come insegnanti nei loro villaggi, oppure nei campi con i loro anziani genitori. A Bodhgaya ospitiamo da due anni 40 di questi ragazzi e pensiamo di portarli fino alla fine del liceo. Un particolare curioso: molti di questi studenti hanno un innato senso artistico.Forse perchè vivono molto a contatto con la natura, tra le montagne dell’Himalaya, certo è che sono “nati artisti”, come si dice. Così, abbiamo pensato di usare questa dote naturale per un eventuale lavoro. Dallo scorso anno, la scuola sponsorizza due studenti anziani che stanno frequentando un corso di formazione professionale per diventare pittori di tanke (famosi dipinti tibetani su tela, usando colori naturali). È solo l’inizio. Quando scopriremo altri talenti, allargheremo la proposta ad altri studenti.
A Bodhgaya questi studenti non hanno una vita facile. Infatti, per scelta educativa, abbiamo deciso di affidare la scuola, compresa una parte dell’amministrazione, agli studenti stessi, che devono cercare di diventare il più possible indipendenti. Per questo, il lavoro nei campi è parte del programma formativo. Ogni giorno, un gruppo di ragazzi ha l’incarico di seguire le diverse colture che dovranno servire per tutta la comunità dei residenti. In questo modo, la scuola può ridurre sensibilmente le spese di gestione. Alla fine, solo riso, olio,zucchero e latte vengono acquistati.Ma anche la spesa per il riso è stata sensibilmente ridotta dopo l’apertura della scuola serale per i bambini/ne dei villaggi. Circa 120 di loro frequentano la scuola. In cambio, abbiamo chiesto ad ogni alunno, come retta, un chilo di riso al mese. Gli studenti chakma aiutano i tre insegnanti locali a gestire le classi, impartendo lezioni di inglese, oppure insegnando matematica, cultura generale… Come si sarà capito, la scuola di Bodhgaya, che era stata chiusa per motivi economici ma anche per problemi di comunicazione con le famiglie, ora sta risorgendo su basi diverse. Non più carità, servizi offerti gratuitamente, ma scambio. Do ut des, dice un proverbio latino. Io ti offro qualcosa, ma tu devi ricambiare in qualche modo. Se non facciamo “pagare” un prezzo, c’è il rischio che venga sottovalutata l’offerta. Sembra proprio vero il detto: “Più paghi, più apprezzi!”
Sempre restando in tema di chakma, non possiamo non ricordare la nuova scuola per bambini delle elementari fondata in un villaggio dell’Arunachal Pradesh, vicino al Parco Nazionale. La scuola è frequentata da più di cento bambini e vi lavorano sei insegnanti che hanno ricevuto un training a Sarnath da Luigina e Valentino. Come tutte le iniziative allo stadio iniziale, la scuola ha luci e ombre, successi e problemi. I successi riguardano il metodo che viene invidiato dalle altre scuole della zona. I problemi: i fondi scarseggiano e così non si possono costruire nuove aule e il progetto di un ostello per le bambine è stato messo in frigorifero, in attesa di tempi migliori. Molti ci chiedono come mai abbiamo solo ragazzi come residenti. È vero, ma non si tratta di una scelta discriminatoria nei confronti delle bambine. Il fatto è che un ostello per bambine richiede una diversa struttura (personale femminile per l’assistenza, dormitori separati, guardiani diurni e notturni…). Vorremmo, comunque, cominciare con qualche bambina in gravi difficoltà familiari (orfana, oppure in uno stato di disagio dovuto a problematiche familiari).

La scuola in Bihar
Ci rendiamo conto che se vogliamo un vero positivo cambiamento, in India, dobbiamo puntare sull’educazione delle bambine e ragazze. Il futuro è nelle loro mani. È d’accordo anche Vandana Shiva, una coraggiosa scienziata che si sta battendo per fermare la corsa autodistruttiva di questo Paese. “La vita viene dalla donna. Sarà la donna che riporterà la vita nei villaggi, nelle città”, dice Vandana Shiva. Anche noi del Progetto Alice abbiamo una considerazione speciale per le bambine e le ragazze. Il nostro sogno sarebbe di vedere molte di loro insegnanti, operatrici sociali, psicologhe impegnate soprattutto nei villaggi che stanno morendo nelle loro tradizioni. Come sarebbe bello se in ogni villaggio ci fosse un seme di Alice!
Luigina ebbe modo di dire tutto questo sia a Vandana Shiva che ad altri educatori internazionali in occasione di un workshop sull’educazione alternativa organizzato dal governo del Bhutan. Come fare? Il Progetto Alice da anni sta cercando di offrire una risposta a questa domanda. Mai come oggi c’è bisogno di risposte alle richieste di aiuto dell’ambiente (vedi malattia della Terra) e delle nuove generazioni confuse dalla crisi economica e di valori che spinge le persone alla depressione e, a volte, al suicidio. Anche la nostra scuola è stata toccata dale conseguenze di questa confusione epocale: la mamma di un nostro studente ha deciso di mettere fine alla sua vita di sofferenze in modo drammatico (ha ingerito del veleno per i topi). Tre anni fa, registrammo un caso simile a Bodhgaya. Ad andarsene, sbattendo la porta della vita, fu la madre di 4 figli, stanca delle continue angherie e violenze del marito alcoolizzato. Che i tempi siano radicalmente peggiorati lo dimostra non solo l’aumentato livello di sofferenza e stress nei villaggi, ma anche i segni di una corruzione morale evidenziati dalla morte per Aids del padre di un nostro studente. Questa morte è un campanello di allarme, la punta di un icesbeg sommerso di drammatiche dinamiche pronte a maturare in modo sempre piu’distruttivo.
Altri episodi dolorosi si sono verificati nell’anno in corso. Ricordiamo la morte per annegamento di uno dei nostri studenti della classe X. Annegò nel Ganga mentre stava facendo un rito di purificazione dopo aver digiunato e partecipato ad un lungo pellegrinaggio (a piedi). Figlio di gente poverissima, studiava e lavorava per mantenere tutta la famiglia composta di 10 persone, che vivono in una sola stanza. Un esempio di vita per tutti i nostri studenti emerso, purtroppo, solo dopo la sua morte.
Un altro lutto ha segnato quest’anno scolastico: una nostra studentessa della class XII è rimasta vittima di un incidente stradale. Una nota: chi l’ha uccisa, il conducente di un trattore, ha pagato 50mila rupie alla famiglia (circa 800 euro). Tanto vale la vita di una diciottenne qui! All’elenco delle disgrazie umane dobbiamo aggiungere quelle provocate dalla Natura, che, a causa del Global warming, sta diventando sempre più imprevedibile e incontrollabile. Ogni anno, la Natura ci presenta un conto salato. Due anni fa, un ciclone scoperchiò il tetto della scuola di Bodhgaya. Quest’anno è accadutto alla scuola di Sarnath. La furia del vento ha portato via il tetto della nuova aula di yoga, causando un danno di alcune migliaia di euro. Dobbiamo dire che diverse persone, compresa anche una scuola elementare, ci hanno offerto aiuti per riparare i danni. Da anni cerchiamo di convincere gli abitanti dei villaggi a rispettare di più la Terra, l’ambiente, ma siamo davvero una “voce che grida nel deserto”.
Purtroppo, l’India sembra marciare in una direzione opposta a quella suggerita dalla nostra scuola, che, lo ripetiamo, segue soprattutto le idee di non violenza e di sviluppo di Gandhi. Gandhi aveva una chiara visione del futuro del suo Paese che era esattamente l’opposto di quello proposto dall’Occidente. Meno industrie e più agricoltura, diceva Gandhi. Meno consumi e più semplicità. Meno profitto e più condivisione. Meno materialismo e più spiritualità nel rispetto di tutte le tradizioni religiose. Se una macchina toglie il lavoro a decine di operai, rinunciamo alla macchina, che, tra l’altro, inquina, per garantire la sopravvivenza degli operai. In queste poche righe è riassunta anche la filosofia del nostro Progetto educativo. Un’ultima osservazione: mentre in Occidente si teorizza la “decrescita felice” (una specie di marcia indietro, senza trauma, per quanto riguarda i consumi), qui si propaganda la “crescita felice” (ma solo per pochi). La scuola si trova ad affrontare contraddizioni gravi, come l’inquinamento, la mancanza di acqua, gli effetti devastanti del global warming, la disoccupazione, lo sradicamento dalle tradizioni (positive, ovviamente), la confusione che ha nevrotizzato l’Europa e sta ora contaminando anche l’Asia. Tutto questo, per spiegare le complesse dinamiche ambientali in cui opera la scuola. In Italia si ha una visione spesso romantica dell’India, che viene vista come l’alternativa in positivo all’Occidente. Noi, qui, abbiamo un’ esperienza diversa.

Notizie in breve
Continua con successo il corso di Italiano gestito con i contributi del Ministero, tramite l’Ambasciata Italiana di Delhi. Diversi volontari italiani si sono alternati come docenti del corso. Segnaliamo gli studenti della professoressa Caracchi dell’Università di Torino, che vengono ogni anno per svolgere il tirocinio richiesto dal corso di studio. La collaborazione con l’Ambasciata Italiana (Centro Cultura) è ora ottimale non solo per quanto riguarda i corsi di italiano, (che stanno dando risultati sorprendenti, anche grazie alla nostra didattica e ai testi preparati da Valentino) ma anche per altre iniziative (vedi facilitazione nella concessione dei visti turistici a gruppi di persone inviate in Italia per far conoscere il Progetto educativo e raccogliere fondi).

Segnaliamo la sinergia Terzani-Progetto Alice. La famiglia del giornalista-guru ha accettato l'idea di accostare il nome dello scrittore alla nostra scuola. Leggiamo nel sito ufficiale:

"La visione educativa di Tiziano Terzani vive in India grazie alla scuola di Alice che ha messo in pratica le intuizioni del grande scrittore scomparso. Come Alice nel paese delle meraviglie, un nuovo paradigma educativo aiuta i bambini a scoprire le meraviglie e la magica realtà del mondo interiore. Un ponte tra cultura occidentale e quella orientale per non perdere la speranza in un futuro migliore. Perché legare il nome di Terzani a una scuola? Terzani aveva un profondo sentimento nei confronti dei giovani. Aveva dedicato Lettere contro la guerra a suo nipote, perché da grande scegliesse la pace. Nel pellegrinaggio che seguì, voleva parlare soprattutto nelle scuole, nelle università perché voleva togliere ai ragazzi quel senso di frustrazione, di impotenza che hanno di fronte al mondo moderno, così complicato, così difficile, da sembrare il mondo “degli altri”. Negli ultimi mesi di vita, chiamò suo figlio Folco perché quello che era il suo libro-testamento (La Fine è il mio inizio) comunicasse ai giovani, facesse capire loro che è possibile trasformare la vita, reinventare il futuro, imboccare una via di evoluzione più spirituale, più umana, più pacifica."

Diversi gruppi di studenti e insegnanti stranieri continuano a visitarci. Segnaliamo la scuola Internazionale di Puna, che, recentemente, ha mandato 16 studenti e due insegnanti per una settimana a Sarnath. Gli ospiti hanno voluto vivere con i nostri studenti, partecipando alle lezioni, mangiando lo stesso cibo, e perfino dormendo nelle loro case. Quando se ne sono andati, tutti erano commossi, compresi i nostri studenti che sono riusciti a stabilire un legame di amicizia con i loro coetanei.

Interessante l’incontro tra monaci e religiose di Burma con la nostra scuola. Una trentina di insegnanti religiosi (in Burma sono soprattutto i religiosi che gestiscono le scuole e le attività sociali per i poveri) hanno chiesto a Valentino un training sulla metodologia e filosofia del Progetto Alice. Al termine del corso, gli insegnanti hanno invitato il Progetto Alice nel loro Paese e il più anziano tra loro, interpretando il pensiero di tutti, si è così espresso: “Ora, grazie a voi, abbiamo capito che la felicità non va cercata al di fuori del nostro Paese e di noi stessi, perchè nella nostra tradizione possiamo trovare tutto quello che serve per una società migliore.”

Nel campo dell’editoria, segnaliamo la pubblicazione di un nuovo testo scolastico di racconti e storie, per le medie e superiori, che abbina l’insegnamento della lingua inglese e della filosofia del Progetto. Il testo è corredato di una grammatica curata dagli insegnanti della scuola. Per il battesimo del nuovo libro fu invitato il Rettore dell’Università di Sanskrito di Varanasi. Alla cerimonia di presentazione del nuovo testo erano presenti anche numerosi docenti di altre università. Il Rettore era entusiasta del lavoro svolto nei sedici anni di vita della scuola. In particolare, espresse la sua incondizionata stima e apprezzamento per lo sforzo del Progetto Alice di conservare, recuperare, riproporre i valori perduti dell’India degli yoghi, dei mistici, dei saggi. Disse testualmente :“È motivo di imbarazzo per noi l’aver abbandonato le storie della nostra tradizione che non vengono più insegnate nelle nostre scuole. Valentino ci ha riportato queste storie, avvertendoci che in India abbiamo la chiave per aiutare a risolvere i problemi di questa epoca. Sfortunatamente, avevamo questa chiave, ma l’abbiamo perduta. Valentino ce l’ha riportata.” Un libro di storie scritte in inglese per gli alunni delle elementari del P.A. sta per essere pubblicato in italiano da una Casa Editrice di Milano.

La situazione finanziaria
Dopo aver perso la sponsor più importante, a causa della crisi internazionale, abbiamo trovato (accanto ai vecchi, fedeli sostenitori) altri nuovi amici (dall’Italia, dalla Svizzera, dall’Olanda, dall’America e dalla Germania ) che ci permettono di continuare il nostro lavoro senza sentire l’acqua alla gola. Li ringraziamo tutti, vecchi e nuovi, a nome dei nostri insegnanti e degli studenti. Per i chakma, segnaliamo la collaborazione con il gruppo di amici “Flora”; il sostegno di “Friends of Humanity” (Ginevra – referente: Graziella Zanoletti - graziella@friendsofhumanity.ch); il patrocinio della scuola in Arunachal Pradesh di Rigpa e Soghyal Rinpoche. Informiamo che la responsabile, o meglio, la madrina del progetto chakma in generale (scuole di Sarnath, Bodhgaya e in Arunachal Pradesh) per l’Italia è Luciana Usellini (cherab50@gmail.com) che coordina anche una iniziativa editoriale per la pubblicazione dei libri di storie scritti da Valentino. Luciana è stata introdotta al Progetto da Luciano, Graziella ed Alessandro Villa, fondatori del Centro Studi Tibetani Sangye Cioeling di Sondrio, che organizza anche “pellegrinaggi della solidarietà” (viaggi spirituali) soprattutto in India. I responsabili del Centro hanno scelto il nostro Progetto come destinatario della “solidarietà”, devolvendogli una parte delle offerte dei partecipanti ai viaggi. Il Centro dei Villa ha compreso che un percorso spirituale non può essere dissociato dall’educazione delle nuove generazioni. Quale educazione? Non c’è molto da scegliere sul mercato, soprattutto in tema di “educazione alla spiritualità”. Ha compreso che il Progetto Alice è forse l’unica esperienza pratica di educazione all’emptiness, come ha scritto recentemente una giornalista indiana su “Mindfields”, una bellissima rivista specializzata in educazione alternativa (vedi articolo in inglese pubblicato sul nostro blog: www.aliceproject.org). Di sicuro, il Centro dei Villa è l’unico, tra i centri di dharma in Italia e nel mondo, a sostenerci non solo moralmente ma anche economicamente.
Approfittiamo dell’occasione per segnalare in breve anche tre pregevoli recenti iniziative per raccogliere fondi a favore del Progetto Alice:

- La dott.ssa Antonella Adorisio, psicologa junghiana di Roma, ha recentemente pubblicato un nuovo video sul rapporto corpo-spirito. L’opera si intitola Mysterium (USA) ed è possibile vedere un trailer su YouTube all’indirizzo http://www.youtube.com/user/Ashtamable. È in preparazione anche l’edizione italiana. Parte dei ricavati delle vendite verrà devoluta ad A.P. Antonella ha anche pubblicato su “youTube” un intelligente documentario sulle scuole di Alice e non perde occasione per divulgare, anche nei convegni di psicologia, le intuizioni e i risultati dell’educazione alternativa proposta da Valentino e Luigina.

- La Onlus Progetto Alice del Friuli (vedi indirizzo alla fine della lettera) ha presentato due progetti (Regione Friuli e Regione Trentino Alto Adige) per chiedere finanziamenti per le nosre scuole. Interessante il tema di uno dei progetti: “Il bosco della rinascita”. Si riferisce all’acquisto di un bosco di manghi effettuato qualche mese fa dalla scuola di Sarnath. I manghi stavano per essere tagliati e il terreno sarebbe stato lottizzato. Per evitare due tragedie, l’Amministrazione della scuola ha deciso di acquistare il terreno con gli alberi di mango e costruire un centro per il recupero dei bambini/e con difficoltà psicologiche e comportamentali. Di qui il nome del progetto presentato alla Regione Friuli: “Il bosco della rinascita.” Rinascita psicologica, ovviamente. Alla Regione Trentino Alto Adige è stato presentato un progetto per un impianto di pannelli solari nella scuola di Bodhgaya e Sarnath.

- L’associazione svizzera Friends of Humanity che sostiene il Progetto “Aiutateci ad educare 800 bambini in India” sul sito americano Global Giving ha lanciato un appello per raccogliere entro il 22 Dicembre la somma di 4.000 US$ per ottenere una pagina permanente su questo famoso sito americano. Potete aiutare con donazioni di qualsiasi entità tramite il sito.

Proponiamo una iniziativa interessante pensata e portata avanti dagli amici della Cascina Teglio di Rovasenda: la vendita del “Riso solidale” (www.associazioneriso.org) . Si tratta di una originale idea che viene così spiegata dalla stessa Associazione/ “L’associazione R.I.So (Riso Italiano Solidale) , si propone di fornire e coordinare la mano d’opera volontaria, ad aziende che si impegnino, mediante una convenzione scritta, a devolvere i loro ricavi direttamente e totalmente al finanziamento di progetti scelti dall’associazione stessa, ad esclusivo vantaggio di comunità particolarmente svantaggiate.” A tutti i nostri amici rivolgiamo un appello: per le vostre minestre e risotti acquistate il riso solidale coltivato al naturale, senza pesticidi e concimi chimici, per sostenere progetti umanitari come le nostre scuole in India, ma anche in altre parti del mondo. Per eventuali richieste, rivolgersi a Stefania Martinelli – tel. 333 2793352 - e-mail: shangri8la@libero.it

Prima di concludere questo elenco incompleto (che integreremo nelle prossime newsletters) ricordiamo il corso di aggiornameto per gli insegnanti della scuola di Sarnath gestito dal dott. Andrea Bocconi, psicologo, psicoterapeuta e scrittore molto conosciuto e stimato in Italia. Bocconi è da molti anni vicino al nosto lavoro come consulente, amico e sostenitore. Da qualche anno, ha coinvolto nell’aiuto alla nostra ricerca lo staff di professionisti della “Verso”, che avremo nostri ospiti il prossmo anno, per un nuovo corso di aggiornamento.

Il giornalista Bultrini ha scritto due pezzi per l’edizione del giornale on line: uno sui “Bambini della pira” e un secondo su Valentino, in qualità di cofondatore, assieme a Luigina, delle scuole in India.

A tutti un augurio di un 2011 di speranza.
Valentino e Luigina


Nota
Per eventuali donazioni tramite banca è importante che le coordinate siano complete.

- Associazione di Volontariato "Progetto Alice onlus" Banca Popolare Etica Filiale di Treviso,
Codice IBAN: IT43 I 050 1812000 000000116204
Codice SWIFT: CRTIT2T84A (Solo dall’estero)
Ref: Luigina De Biasi – e-mail: luiginadebiasi@libero.it , tel.0438/893325

- "Progetto Alice Universal Education School ONLUS" (Friuli) ITALIA
Banca Popolare di Vicenza – Fil Cividale del Friuli (UD)
Codice IBAN : IT41 N 05728 63740 731570528546
Codice BIC / SWIFT: BPVIIT22731 (Solo dall’estero)

Ref: Agata Montevecchi – e-mail: progettoalicefvg@alice.it , aghifly@libero.it , tel. 0432 731021 - 339 4840132

Banca in India
Awakening Special Universal Education – Bank of India, branch Bodhgaya, Gaya (Bihar)
Swift Code BKIDINBBCOS – Fcra: BKID0004479 – A.N. 447920100000010

Email: v_giacomin@hotmail.com ; valentino1@rediffmail.com – Mob. 0091/9973918773 – 9546349543 – 9670806060

Web. www.aliceproject.org